Si riparte (III)

Concludiamo questa serie di post dedicati alle nuove prospettive del progetto Software libero per l’architettura parlando di un argomento che sta riscuotendo enorme interesse nel campo della progettazione: la stampa 3D. Com’è noto le tecnologie per la fabbricazione additiva – così chiamata perché basata sul deposito, strato su strato, del materiale di produzione – esistono da qualche decennio. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito ad un velocissimo processo di “democratizzazione” della tecnologia dovuta principalmente all’abbattimento dei costi di accesso e alla semplificazione dei sistemi di funzionamento. A fare da volano per questa accelerazione è stato, indubbiamente, lo sviluppo del progetto RepRap, finalizzato alla realizzazione di una stampante open source in grado di auto-riprodursi (almeno parzialmente). Nato nel 2005 dall’idea di Adrian Bowyer, professore presso l’università di Bath, il progetto ha prodotto lo stesso fertile entusiasmo che muove attorno i buoni progetti di software open source e, come Linux, ha prodotto un numero indefinito di varianti e miglioramenti.

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Ma intorno alla stampa 3D si è prodotta un’attenzione ben più ampia di quella delle comunità  legate all’open source (ricevendo spesso un eccesso di esposizione): letta da molti come uno dei pilastri di una terza rivoluzione industriale, capace di ridefinire il ruolo della produzione di massa e della grande distribuzione in funzione di una capacità manifatturiera più capillare e distribuita nel territorio (leggi a tal proposito Jeremy Rifkin; La terza rivoluzione industriale. Come il «potere laterale» sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo; Mondadori 2011 e l’inchiesta del 2012 dell’Economist A third industrial revolution), la diffusione della fabbricazione digitale ha generato tanto clamore, controverse questioni etiche (come quelle relative alla possibilità di auto-prodursi armi da fuoco) ma anche un nuovo ampio campo di azione economico, con grossi investimenti e nuove figure professionali.

 
Senza soffermarci ulteriormente su un tema di cui è evidente la complessità vogliamo, invece, porre alcune considerazioni sulla come questa tecnologia risulti rilevante all’interno del progetto Software libero per l’architettura. In particolare vogliamo sottolineare due elementi significativi che riteniamo pregnanti per il progettista digitalmente indipendente. Il primo elemento è la natura aperta e libera che caratterizza questa tecnologia. Le stampanti 3D open source sono, infatti, solitamente rilasciate sotto licenza GPL: è quindi possibile scaricare liberamente le istruzioni per il montaggio, il firmware per il funzionamento elettronico e i modelli 3d delle parti stampate mentre le altre componenti sono elementi generici (barre filettate, bulloneria, motori e schede elettroniche open come Arduino) facilmente reperibili sul mercato. Per chi non volesse perdere tempo nella ricerca dei rivenditori per i singoli componenti è possibile acquistare l’intera stampante in kit da assemblare o, per i meno appassionati di fai da te, comprarla già montata. L’auto-costruzione della stampante modifica profondamente il rapporto ormai consolidato tra utente e prodotto recuperando il senso pieno della proprietà. Il possesso di un oggetto, infatti, risulta oggi sempre meno effettivo nel momento in cui questo non è realmente accessibile: dispositivi come smartphone o tablet, sempre più difficili da aprire e smontare, rendono l’utente inerte, incapace di comprenderne il funzionamento e di agire su di esso (per esempio in caso di guasto). Abituati ormai ad accettare l’obsolescenza programmata degli apparecchi elettronici, allegri consumatori di materie prime e produttori di rifiuti irriciclabili abbiamo abbandonato l’idea che l’acquisto di un oggetto comprenda anche l’acquisizione del “sapere” che sta dietro lo stesso oggetto. Avere accesso a questa conoscenza – artigiana, fisica, ingegneristica, informatica, chimica, etc… – analogamente a quanto accade con il software e il codice sorgente, è infatti l’unico modo che abbiamo per ritenerci concretamente proprietari di una prodotto e capaci, perciò, di decidere liberamente del suo utilizzo, senza i vincoli che spesso le politiche produttive impongono (centri di assistenza certificati, sostituzione anziché riparazione, chiusura delle produzioni precedenti e delle parti di ricambio…). Sebbene si tratti di open hardware, possedere una stampante 3D è sicuramente un’esperienza significativa che può aiutare fortemente a far comprendere appieno l’essenza della filosofia del software libero e open source anche ai non informatici. Auto-prodursi con la stessa stampante i pezzi che serviranno a modificarla, ripararla o migliorarla è un’esperienza che mostra in maniera chiara ed evidente cosa vuol dire software libero: piena libertà d’azione, diretta responsabilità delle proprie scelte, ottimizzazione del prodotto, approccio teso alla condivisione e alla partecipazione.
Il secondo elemento su cui è utile soffermarsi riguarda, invece, la relazione tra la stampa 3D e la figura del progettista. Dopo la “sbornia” digitale degli ultimi decenni che ha spazzato via matite di legno, gomme da cancellare, righe e squadre di plastica, tavoli da disegno in metallo e legno dai nostri studi professionali, la stampa 3d rappresenta un “ritorno alla materia”, non contrapposto ma pienamente integrato agli strumenti digitali. Il valore aggiunto della stampa tridimensionale rispetto al modello virtuale non è solo nella maggiore capacità comunicativa che l’oggetto reale possiede rispetto al rendering: il dato a nostro avviso più interessante è, piuttosto, la forte attitudine progettuale che il nuovo strumento impone a chi lo utilizza. Il processo di deposito del materiale fuso (Fused Deposition Modeling), la necessaria definizione delle superfici esterne, dei riempimenti e del materiale di sostegno, il settaggio delle velocità e delle temperature di fusione sono tutti elementi che precipitano il progettista in una dimensione concreta, pesante, profondamente segnata dalla forza di gravità. Questo rende la modellazione per la stampa 3D un momento progettuale scevro da manierismi o estetismi e carico di concretezza, in cui relazionarsi con il corpo delle cose, il loro peso, la loro resistenza. Per questo motivo riteniamo la stampa 3D non solamente un efficacissimo metodo di rappresentazione, ma anche un’eccezionale palestra per il pensiero progettuale, un fondamentale momento di verifica per l’idea architettonica e di design, un confronto necessario tra forma e realtà. Software libero per l’architettura è un progetto finalizzato alla diffusione tra i professionisti del campo del progetto della filosofia e degli strumenti open source al fine di permettere una maggiore consapevolezza nell’utilizzo degli strumenti e, con essa, una migliore qualità progettuale: per questo non può che abbracciare questa pratica emergente e includerla nel proprio palinsesto programmatico. Attualmente stiamo coinvolgendo i diversi Ordini professionali con cui collaboriamo proponendo loro un percorso di avvicinamento alla stampa 3D open source dedicato ai progettisti. Nel frattempo, in attesa di ricevere conferma dell’accreditamento saremo presenti alla celebrazione del Linux Day presso il SIAM di Milano con un intervento illustrativo e un laboratorio aperto dal titolo “Dall’idea al prototipo: disegno, modellazione, rendering e stampa 3D open source per la progettazione”. Per cominciare a parlarne.

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